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L’accompagnamento alla morte del paziente terminale

Come spezzare il tabù della morte di un paziente terminale? L’accompagnamento alla dipartita terrena è tra gli argomenti di cui meno si discute e che si nega nella vita di ognuno di noi. Lo nega il paziente, spesso lo nega il personale medico/infermieristico, lo nega la società in cui viviamo, lo negano i parenti e i care-giver. Essa prevede però una comunicazione chiara e il rispetto di tutte le fasi di “accettazione” o di “non accettazione”. Il decesso è una tappa fondamentale della vita e va riconosciuto come tale, anche perché chi è prossimo alla morte ha bisogno di sostegno e di aiuto.

Negare, negare, sempre negare. Pensare alla morte fa paura, non è un argomento facile e parlarne è motivo di resistenza per chi lo fa e per chi ascolta.

Questo meccanismo blocca sia il paziente, sia chi lo deve accompagnare in questo difficile percorso. Il paziente spesso fa finta di ignorare le informazioni ricevute, ma può anche negare la morte. Quando prende coscienza dello stato reale delle cose esso inizia ad occuparsi dei dettagli che riguarderanno il suo trapasso terreno (il funerale, il testamento, i fiori, il loculo, la bara, ecc.). L’organizzazione lo tiene occupato spostando la sua attenzione in un futuro che va oltre il decesso.

Il personale medico/infermieristico/assistenziale spesso cerca di difendersi dall’evento morte, per non finire in “burn out”, trascurando la comunicazione diretta con il paziente.

La psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross ha trascorso anni ad osservare e supportare i pazienti terminali. Per lei è necessario un piano molto importante di “accompagnamento alla morte”.

Il suo modello a cinque fasi, elaborato nel 1970, rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche mentali più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia terminale, ma gli psicoterapeuti hanno constatato che esso è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un lutto solo affettivo e/o ideologico.

Da evidenziare che si tratta di un modello a “fasi”, come si diceva poco fa, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte.

1) Fase della negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere” sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente, usando come meccanismo di difesa il rigetto dell’esame di realtà, ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di rifiuto psicotico della verità circa il proprio stato di salute può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia di morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. Con il progredire della malattia tale difesa diventa sempre più debole, a meno che non s’irrigidisca raggiungendo livelli ancor più psicopatologici.

2) Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.

3) Fase della contrattazione o del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

4) Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.

5) Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, che in senso psicoanalitico). La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque sperimentare diniego, ribellione o depressione.

[Fonte:  nurse24.it]

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